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Continua la nostra chiacchierata con Fabio Millevoi. Oggi approfondiamo il discorso sul futuro delle nostre città e dei nostri centri storici, tra riqualificazione e pianificazione. 

Lei è anche Direttore di ANCE Friuli-Venezia Giulia. Ci spostiamo quindi sul tema efficientamento energetico e edilizia. Considera gli attuali bonus fiscali (Ecobonus, Superbonus, Bonus Facciate, Bonus Ristrutturazioni) incentivi sufficienti a migliorare la situazione energetica del patrimonio immobiliare italiano? Cosa dovremmo fare e non stiamo facendo?

Grazie alle agevolazioni fiscali il mercato della riqualificazione sta registrando una significativa effervescenza ma la carenza di materie prime e il forte rialzo dei prezzi di questi ultimi mesi rischiano di compromettere la ripresa; ma soprattutto non è chiaro se ci sarà la proroga, almeno fino al 2023. Il periodo di attuazione per i condomini limitato al 2022 è un collo di bottiglia. Un’eventuale retromarcia, se non dovesse intervenire la proroga e soprattutto la conferma dello sconto in fattura, che al momento non c’è, danneggerebbe una misura indispensabile per centrare gli obiettivi di efficientamento energetico e di messa in sicurezza sismica degli edifici. Ricordo che la stima per i lavori di superbonus 110% attivano una spesa di 18,5 miliardi con un impatto positivo sul PIL pari a circa l’1 per cento. 

Le nostre città d’arte sono rese uniche dalla presenza di incredibili palazzi storici. Un patrimonio incommensurabile, sempre più lontano, però, dagli standard energetici  e strutturali imposti a livello europeo. La riqualificazione è possibile? I fondi statali sono sufficienti o dovremo rivolgerci, sempre più spesso, a privati e sponsorizzazioni? 

Dobbiamo decidere innanzitutto – e cito il Presidente di ANCE Gabriele Buia “se quello della rigenerazione urbana deve restare un tema di convegni o se possiamo arrivare in concreto a immaginare un approccio al ‘saldo zero di consumo di suolo’. Per arrivarci serve però una legge (l’attuale normativa risale al 1968) che consenta di operare se vogliamo arrivare a un vero recupero dei nostri centri urbani. Parliamo di un processo strategico per fare quello che in altri Paesi non è già più un tabù”.

Secondariamente è possibile immaginare che la cooperazione fra ecosistemi pubblici e privati troverà prima o poi una sua formula magica ma il governo di una città richiede non solo risposte alle domande attuali di un disordinato insieme di persone, situazioni, problemi ma, impone, altresì, scelte e decisioni che ipotizzino soluzioni per le richieste che potrebbero emergere domani. Non si tratta solo di rendere intelligente ed energicamente passivo un patrimonio edilizio esistente o di programmare la riqualificazione degli insediamenti residenziali, commerciali, direzionali ma di pensare anche ad attività e settori vitali che si prevede la città vivrà nel 2040 immaginando possibili future emergenze. Penso ad esempio all’innalzamento del livello dei mari, dovuto ai cambiamenti climatici, che comporterà un arretramento della linea di costa e per i residenti di quei rioni “sommersi” un traslocare in zone ubicate più in alto. Si tratta di incominciate a immaginare città per rifugiati climatici. Ma se il  riuscire a “vedere prima” ha da sempre rappresentato l’aspetto più fragile della amministrazione della cosa pubblica e, in particolare, dell’azione urbanistica, oggi, dove l’unica certezza è l’incertezza, il disegno della città incentrato solo su processi tradizionali di pianificazione mostra tutti i suoi limiti. 

I soli insegnamenti che arrivano della storia, dalla nostra esperienza, dal nostro passato non sono più sufficienti a governare il caos che caratterizza una realtà resa sempre più volatile, incerta, complessa e ambigua non tanto per i cambiamenti ma per la loro velocità. E per capire le sorprese, attrezzarsi alle novità serve un approccio diverso e l’esercizio dello studio dei futuri è lo strumento che può aiutarci in questo cambio di prospettiva in un ambito strutturato: in senso teorico, metodologico e tecnico. È la risposta a una necessità. Più veloce va un’automobile e più lontano devono illuminare i fari. Noi siamo quella macchina lanciata a folle velocità su una strada di cambiamenti mai sperimentati prima ma la percorriamo a fari spenti. Accenderli è una scelta non solo per vedere la strada o per vedere prima gli ostacoli ma per illuminare una strada.

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