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Scegliere di adottare una politica plastic free è passato il breve tempo dall’essere una stravaganza per pochi a un atto di responsabilità dovuto nei confronti dei propri ospiti e dell’ambiente. 

Scopriamo, in questo articolo, come diventare acquirenti più consapevoli.

Nel gennaio 2019 l’UE ha introdotto severe restrizioni all’impiego della plastica nel monouso. Ne è conseguita una rapida corsa ai ripari, detta però forse più da interessi di mercato che da una reale presa di coscienza

Quando si entra in questo campo, infatti, sia che si stia parlando di prodotti disposable come i vanity kit, sia di arredi, è facile farsi sedurre da preconcetti, nomi accattivanti e strategie di marketing appositamente studiate per trarre in inganno. Il “green washing” è in agguato, pronto a farci spendere di più per prodotti di scarsa qualità e di dubbio impatto positivo.

Senza avere la pretesa di suggerirvi l’acquisto di una linea di prodotti a discapito di altre, forniremo, in questo breve articolo, un semplice decalogo per orientarci nella scelta di prodotti che possono davvero contribuire a ridurre l’impatto ambientale. Plastic free sì, ma cum grano salis.

Brevissima storia della plastica

Torniamo all’Italia del boom economico e alla mitica pubblicità del Moplen con Gino Bramieri. Il polipropilene isotattico, questo il suo nome ufficiale, valse all’Italiano Giulio Natta il premio Nobel per la chimica nel ‘63. L’idea alla base era giustamente rivoluzionaria: utilizzare il nuovo materiale, durevole, leggero, facile da produrre, per articoli che, in casa, sarebbero dovuti durare una vita. Una vita, appunto.

In questa accezione l’utilizzo di plastica può ancora essere sensato dal punto di vista produttivo (soprattutto se riciclabile, come vedremo in seguito). Quello che non è sensato e che invece, purtroppo, accadde in seguito, fu l’utilizzo indiscriminato della plastica per i prodotti monouso. Ogni anno, esponenzialmente, l’industria perfezionava nuove tipologie di polimeri, ignifughi, flessibili, colorati, perché tutto, ma proprio tutto, potesse essere sostituito dalla plastica. Con quali scusanti? Ad oggi diremmo nessuna, ai tempi, i costi ridotti e la velocità di produzione. Le conseguenze la conosciamo perfettamente. 

Qual è la lezione trarre  dai nostri errori? Abbandonare subito, senza alcuna remora, l’utilizzo della plastica per il monouso – una crociata assolutamente corretta – e valutare, caso per caso, l’utilizzo della plastica negli arredi e gli oggetti di uso comune.

La plastica non può essere infatti demonizzata a priori: si pensi che ai suoi albori, per la possibilità di riciclo infinito che presentava, veniva salutata come “nuovo materiale eco-sostenibile”. Quello che fa davvero la differenza è il modo in cui la smaltiamo o la disperdiamo nell’ambiente.

Per capirlo, passiamo al prossimo capitolo.

C’è plastica e plastica…e plastica

Semplifichiamo a beneficio di tutti: esistono due grandi famiglie di materiali plastici: termoplastici e termoindurenti. Le termoplastiche, quelle che consideriamo “riciclabili”, possono essere fuse e ristampate, potenzialmente all’infinito, mantenendo le proprietà fisiche originali. I materiali termoindurenti invece, sottoposti a calore non fondono, bensì bruciano rilasciando fumi tossici. È il caso di tutte le resine e del polimetilmetacrilato, ben conosciuto col nome commerciale di Plexiglass. Nella scelta degli arredi dovremmo sicuramente privilegiare i primi prodotti.

Attenzione però, la distinzione non è ovvia come appare.

Facciamo un esempio pratico: prendiamo due classici tavolini da bar. Il primo, monoscocca in plastica bianca, è quello che troveremo in qualsiasi Bar Sport del nostro paese. Il secondo è un tavolino in legno di una nota azienda svedese: pannelli in truciolato ricoperti da un film melamminico con stampa “finto rovere”. Quale dei due è il più impattante sull’ambiente?  Molti sarebbero orientati a puntare il dito sul primo, sbagliando. Il tavolo A è ottenuto dallo stampaggio ad iniezione di materiale termoplastico: non necessita di colle o viti, può essere fuso e trasformato con altrettanta agilità in un nuovo arredo, virtualmente all’infinito. Il tavolo B, al contrario, al momento dello smaltimento darà più di un grattacapo. L’effetto “finto legno” del suo rivestimento è ottenuto dall’accoppiamento di carta e resina melamminica (termoindurente), il truciolato è compattato per mezzo di altrettante colle e resine, le viti che lo compongono andranno smaltite a parte. Inoltre, questa tipologia di prodotti fa parte di una concezione di arredamento “fast”, a basso costo, di moda e dal brevissimo ciclo di vita, appositamente concepita per durare poco ed essere rimpiazzato in fretta. La scelta che, all’apparenza, ci sembrava più eco-friendly, anche grazie alle pressioni del marketing, si è rivelata in realtà la meno idonea.

Quindi piuttosto che chiederci, banalmente, se il prodotto che intendiamo acquistare sia o meno in plastica, dovremmo fare un’altra serie di considerazioni:

  • Il prodotto è monomaterico o è composto di più materiali accoppiati e inseparabili?
  • È un prodotto solido, fatto per durare?
  • Impiega materiali plastici termoplastici o termoindurenti?

Già ponendoci queste “semplici” domande, saremo in grado di direzionare i nostri acquisti in maniera corretta. 

Queste considerazioni possono tranquillamente essere applicate anche al mondo del packaging, con un occhio particolare al “less is more”.

Le bioplastiche, grandi speranze con qualche ombra.

Le bioplastiche sono materiali polimerici non derivanti dal petrolio, bensì da materiale di origine vegetale (amido di mais, barbabietola, frumento). Con caratteristiche fisiche simili alla plastica di origine sintetica, hanno in più il pregio di essere biodegradabili e, in alcuni casi, anche compostabili. 

Ad oggi le bioplastiche sono le regine indiscusse del monouso (chi di noi non ha avuto tra le mani un bicchierino in Materbi?), ma non risolvono in pieno tutti i nostri problemi. Per prima cosa, non sono per ora in grado di sostituire tutti i polimeri derivanti dal petrolio (PP, PET, PE), non garantiscono la conservazione delle proprietà organolettiche di cosmetici e cibi e non necessariamente saranno compostate, poiché tale pratica non è attiva in tutta Italia, al contrario del riciclo.

Esiste infine un altro problema, meno immediato, legato all’impiego di terreni per la coltivazione di mais e barbabietole. Tale attività sottrae terreno coltivabile, in Italia già notoriamente limitato, diventando, alla lunga insostenibile a livello economico-sociale. Fortunatamente, proprio per sopperire a tali problematiche, varie aziende internazionali stanno sviluppando nuove bioplastiche, dette di seconda e terza generazione, che impiegano procedure di estrazione e sintesi più raffinate e meno impattanti. Fa parte di questa famiglia l’acido polilattico (PLA), già utilizzato nelle stampanti 3D per dare vita a complementi d’arredo e prototipi complessi, presto impiegato nella produzione di case e hard disk. Di seconda generazione anche le bioplastiche proveniente da scarti industriali, come il polimero prodotto dalle bucce di patate della canadese Solanyl. 

Bamboo, una valida alternativa a plastica e legno che viene da lontano (forse troppo) 

Il bamboo, con un ciclo di crescita di 5 anni a confronto degli 80 del rovere, è di sicuro un materiale sostenibile, definito quasi rinnovabile per la rapidità di riforestazione. Cattura quattro volte più Co2 di una giovane foresta, impedisce l’erosione del suolo e può produrre fino al 35% di ossigeno in più. Poiché la sua crescita è così irruenta da essere definita quasi infestante, non necessita di particolari cure né pesticidi. Vista la quantità di bamboo presente al mondo, il rischio di contaminazioni da incroci Ogm è estremamente lontano. Possiamo considerarlo un buon sostituto di plastica e di diverse essenze lignee, cui compete per resistenza. Il suo unico difetto è la provenienza, nella stragrande maggioranza dei casi, asiatica, che obbliga i più attenti all’impatto ambientale a tenere conto dei consumi derivanti dal trasporto.

Cartone e cartoncino, bene ma non benissimo

La prima cosa che vi proporranno, parlando di prodotti green, è il classico prodotto alternativo in cartone. Con il suo bel colore naturale havana e la finitura grezza, si tratterà sicuramente della soluzione meno impattante, giusto? Non sempre. Ricordando l’ovvio, ovvero che il cartone altro non è che carta spessa e quindi proveniente da risorse limitate, dovremmo sempre tenere conto della destinazione d’uso del prodotto in questione. Il cartone è poco durevole e tenderà ad essere gettato e rimpiazzato molto più velocemente. Per essere trasformato in mobilio poi, dovrà subire trattamenti impermeabili e ignifughi che spesso coinvolgono la stesura di un sottile film plastico, vanificando i nostri buoni propositi ecologisti. Bocciato per gli arredi, ammesso con riserva per l’usa e getta.

In conclusione: rinnovare in favore di prodotti meno impattanti è, ribadiamolo, cosa buona e giusta. Ricordiamo però, sempre, di fare delle valutazioni sul ciclo di vita del prodotto, la provenienza delle materie prime e la durevolezza di quello che andiamo ad acquistare. Non è necessario essere esperti: informarsi e adottare, di tanto in tanto, una mentalità pre boom economico – quella di nostra nonna, per intenderci – potrà già essere sufficiente a fare scelte migliori.

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