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Il Turismo Enogastronomico o Food Tourism, come lo chiamano nel mondo, si sta sempre di più affermando come una delle principali forme di viaggio.

La sua filosofia si sposa bene con i concetti di turismo di prossimità e turismo sostenibile, di cui abbiamo già parlato nell’articolo sui trend del 2021.

Capiamo bene le dinamiche che spingono i viaggiatori a cercare questo tipo di esperienza e le infinite opportunità che può riservare al nostro Bel Paese.

Sfruttare l’opportunità in continua crescita data dal “Food Tourism”

Secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO), il turismo enogastronomico è un segmento in forte ascesa e uno dei più dinamici all’interno del settore.

Questo dato viene confermato anche dal 2020 State of the Food Travel Industry Report pubblicato dalla World Food Travel Association. Lo studio, che trova tra i suoi autori l’italiana Roberta Garibaldi, evidenzia punti di forza e di debolezza di un settore che, a livello mondiale, sarà sempre più rilevante. 

L’enogastronomia nel turismo assume un ruolo sempre più centrale, divenendo un driver che stimola viaggiatori di tutto il mondo a visitare una destinazione. 

Genera valore economico per un territorio, crea nuove opportunità per i settori del turismo e della produzione agroalimentare.

Un po’ di dati:

  • Per il 21% le attività gastronomiche hanno rappresentato il principale motivo di viaggio, mentre il 58% ha svolto la vacanza per partecipare ad esperienze enologiche, ossia legate al vino, alla birra e altre bevande alcoliche.
  • Il 45% dei turisti italiani negli ultimi tre anni ha svolto almeno un viaggio con questa motivazione, con un aumento del 48% rispetto all’anno precedente.

È chiaro che il collegamento tra enogastronomia e turismo esista ed offra una notevole opportunità per la promozione dei territori. 

Comunicare e valorizzare la tradizione enogastronomica di una regione è un modo semplice, quanto immediato, di rafforzare il marchio di destinazione, l’orgoglio e l’identità di una comunità. Tramite il cibo, impariamo ad apprezzare usanze, ritmi, sapori e territori nuovi – lentamente, con curiosità – rispettando in pieno i canoni del turismo sostenibile.

Non a caso, l’Organizzazione Mondiale del Turismo ha riconosciuto il turismo enogastronomico come parte del turismo culturale, in virtù della sua capacità di connettere territorio e turista.

Cosa cerca il turista enogastronomico?

Dai trend del turismo abbiamo notato come sia cambiata la figura del turista e come stia cambiando l’idea di vacanza.

Abbiamo visto che i viaggiatori sono alla ricerca di esperienze più che di luoghi, ma il turista enogastronomico, invece, da cosa è spinto?

Può considerarsi in linea con la nuova figura di colui che ama viaggiare?

Si è parlato di turismo esperienziale, quindi se è vero che nel turismo la componente esperienziale gioca un ruolo sempre più importante, allora l’aspetto enogastronomico di un territorio diventa un asset di assoluto rilievo per la scelta della destinazione.

Perché?

Perché l’enogastronomia viene vista come una forma di esperienza culturale, che non si limita più al solo acquisto di prodotti locali o all’assaggio di piatti tipici, quello che il turismo enogastronomico rappresenta è l’esperienza di vivere appieno quel luogo, anche attraverso la sua tradizione culinaria.

Il turista enogastronomico ricerca esperienze, quindi la scelta della destinazione è basata sull’offerta di varie proposte e attività, innovative ed autentiche, come esperienze enogastronomiche nei ristoranti, visite guidate alle aziende agricole e alle cantine, festival ed eventi legati al cibo, al vino e alla birra.

Tutte queste iniziative devono lasciare al visitatore la possibilità di conoscere attraverso le origini, i processi e le modalità di produzione dei prodotti, il territorio, le vicende storiche, artistiche e sociali della destinazione prescelta.

E non si esaurisce tutto con il ritorno a casa.

Esperienze enogastronomiche soddisfacenti contribuiscono a rendere questi turisti sia più inclini a ritornare (75%) e raccomandare (81%) la destinazione visitata, che ad acquistare prodotti tipici una volta ritornati alla propria residenza abituale (59%).

Turismo enogastronomico: l’Italia in prima linea

Quando si parla di cibo ci viene in mente subito il nostro caro Paese il cui patrimonio culinario fa invidia al mondo intero.

Sempre secondo il 2020 State of the Food Travel Industry Report, l’Italia è la meta preferita dai foodtraveller italiani ed internazionali.

Tre le regioni con il sentiment positivo più alto Toscana, Umbria e Trentino, che affascinano il viaggiatore con il loro mix di arte, cultura, natura e buon cibo.

Sei i parametri scelti come indicatori con i quali l’Italia primeggia: produzioni di eccellenza, aziende vitivinicole, aziende olearie, imprese di ristorazione, musei del gusto, birrifici e Città Creative Unesco per l’enogastronomia.

L’unicità del nostro patrimonio enogastronomico diventa quindi un fattore decisivo nei processi di attrazione e fruizione turistica e un asset su cui fare leva.

Il turismo enogastronomico potrebbe essere quindi l’occasione di ripartire.

Come?

Sviluppando un piano strategico che valorizzi questo segmento attraverso politiche di supporto e azioni coordinate e che possa stimolare lo sviluppo dell’offerta sia in termini numerici che qualitativi, incentivando una maggiore integrazione tra i comparti della produzione agroalimentare e del turismo nell’ottica di migliorarne l’attrattività, la competitività e generare benefici diffusi all’intera catena di valore.

Tale piano non può esimersi dal considerare con urgenza e attenzione le micro-realtà di cui il nostro paese è costellato. L’enogastronomia italiana deve la sua straordinaria varietà e unicità a piccoli borghi e campagne, spesso esclusi dal circuito turistico e infrastrutturale, prossimi all’estinzione per mancanza di ricambio generazionale. L’inclusione e valorizzazione di queste realtà è altamente strategica e garantisce varietà e longevità al settore.

Il turismo enogastronomico nel nostro paese dovrebbe poi essere il motore della ridistribuzione dei flussi turistici verso seconde e terze mete, con un doppio beneficio: 

  • spingere i viaggiatori a visitare mete minori non ancora incluse nei piani di distribuzione turistica internazionali, spostando una parte significativa dei fatturati su mete che necessitano di spinta economica a sostegno delle produzioni e delle eccellenze.
  • Decongestionare le grandi città, che ante-covid hanno mostrato una profonda sofferenza economico, sociale e ambientale a causa dell’overtourism.

Pensano al turismo enogastronomico italiano non possiamo fermarci, superficialmente, alle grandi aziende vitivinicole e ai ristoranti, bensì spingerci oltre e allungare lo sguardo al patrimonio immediatamente sottostante, fatto di micro-realtà che rappresentano l’energia creativa e storica di tutto il comparto.

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